Il "Teatro del Suono" è un teatro che colloca la sua ricerca, esattamente al centro -se così si può dire- fra il teatro di prosa e quello musicale provando a utilizzare da queste due forme teatrali, il senso come esca e il suono come significante in continuo rapporto dialettico fra di loro. Il nostro Teatro è un teatro che s'interroga sul presente attraverso i mezzi del presente che ci sono consoni, come per esempio tutta l'informatica musicale, non con lo scopo di provocare o stupire con effetti speciali, non ne abbiamo né i mezzi né l'intenzione, ma con il progetto preciso, visto che lavoriamo con il suono e quindi con il più veloce e universale mezzo di comunicazione, di riattivare, appunto, la comunicazione.
Io ho la fortuna o la follia di credere ancora che il Teatro ci possa aiutare a cambiare e a crescere come uomini, soltanto alla condizione che riesca a ristabilire un contatto non per forza gradevole e non per forza sgradevole, semplicemente vivo e per vivo intendo dialettico, con il suo interlocutore: il pubblico. Il Suono è di fatto l'elemento, a mio avviso, principale e con più possibilità di sintesi e di narrazione per rivitalizzare l'attenzione e l'emozione. Il Suono inteso nella sua totalità dal rumore organizzato all'orchestra sinfonica per supportare e veicolare una storia.
Intervenire con il suono attraverso le nuove tecnologie acustiche (informatica musicale, spazializzazione del suono, microfonazione degli attori, live eletronics ecc.) direttamente sulla drammaturgia seguendo più un'estetica del montaggio, che mi sembra la vera dominante di tutte le arti di questa fine millennio, rispetto a una narrazione classica. Se è vero che il cinema è nato come imitazione del teatro, per poi, attraverso appunto il montaggio, elaborare una propria estetica che in definitiva ha rivoluzionato tutta la comunicazione, ci interessa portare questo modo al teatro. Costruire una sceneggiatura-partitura, in cui musica parola gesto e luce vengono a formare un tutto proprio come un fotogramma-battuta musicale-tassello, da montare creativamente uno dopo l'altro, uno sull'altro,
uno pausa altro, punto contro punto.
Le possibilità d'ingrandire, lo zoom microfonico, il primo piano sonoro. Inquadrare il fuori campo non diventa così un fatto puramente estetico, ma l'amplificazione e la messa a fuoco dell'emotività e del sottotesto dei personaggi. Il microfono come orecchio meccanico
e le tecnologie come memoria e possibilità di rielaborazione del materiale drammaturgico, l'attore con la sua vocalità e con il suo lavoro creativo sul personaggio, ovviamente al centro.
Andrea Liberovici